Translate

mercoledì 17 agosto 2016

Evitar diossine con il riciclo.


I quarantotto inceneritori con recupero energetico, che erano in funzione in Italia nel 2013, hanno trasformato in cenere 5,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, frazioni secche non riciclabili, combustibili da rifiuto.

Questi impianti, a causa delle inevitabili complesse reazioni che avvengono nelle combustioni, hanno anche trasformato parte dei rifiuti trattati in diossine e furani, molecole molto pericolose per i loro effetti tossici a dosi estremamente basse  e per la la loro elevata persistenza nell'ambiente.

Nonostante i sofisticati sistemi adottati dai moderni inceneritori per depurare i fumi, nel corso del 2013 , 0,75 grammi di diossine e furani, calcolati come tossicità equivalente alla diossina più pericolosa ( I-TEQ) sono state immesse in atmosfera dai camini degli inceneritori e, una volta ricadute al suolo, si concentreranno, inevitabilmente, lungo la catena alimentare e, in parte arriveranno nelle nostre tavole.

L'emissione annuale di 0,75 grammi I-TEQ di " diossine" equivale alla emissione giornaliera di 2 miliardi di picogrammi di questi compost.

Il picogrammo è la miliardesima parte del grammo, una quantità che può sembrare insignificante, ma unità di misura così piccole devono essere usate per stimare l'estrema pericolosità delle diossine.

Infatti la dose giornaliera di diossine, assunte attraverso il cibo, che l'Organizzazione Mondiale della Salute e la Commissione Europea  giudica tollerabile è di 2 picogrammi, per chilo di peso corporeo.

Questo significa che per un adulto di 70 chili, l'assunzione giornaliera di 140 picogrammi I-TEQ di diossine è tollerata, anche se non è esente da effetti.

Pertanto, anche se tutti i 48 inceneritori italiani, per ogni tonnellata di rifiuto trattato, emettono quantità di diossine nettamente inferiori rispetto ad impianti realizzati intorno agli anni '80 e '90, gli attuali 2 miliardi di picogrammi I -TEQ, emessi giornalmente dai "termovalorizzatori" italiani, nel pieno rispetto delle autorizzazioni, corrispondono alla dose tollerabile giornaliera di 14,6 milioni di abitanti adulti.

Ovviamente non tutta la diossina prodotta finirà sulle tavole degli italiani, ma chi risiede nelle area di ricaduta dei fumi degli inceneritori e consuma alimenti prodotti a chilometro zero, in particolare uova, latte, carne corre rischi evitabili grazie ad altre scelte possibili.

Nel 2015, nonostante i gravi ritardi nel conseguimento degli obbiettivi di legge di raccolta differenziata (alla fine del 2012 avremmo dovuto differenziare il 65% dei nostri scarti e siamo intorno al 42%) abbiamo differenziato e riciclato 3,1 milione di tonnellate di carta e cartone, 5,7 milioni di tonnellate di frazione umida, 0,45 milioni di tonnellate di plastiche.

Il riciclo di tutti questi scarti ha avuto il vantaggio di non produrre diossine e furani, effetto indesiderato della combustione.

Ma quante diossine abbiamo evitato attuando il riciclo, invece della "termovalorizzazione"?

Il conto è presto fatto: la termovalorizzazione di una tonnellata di rifiuti nel più moderno impianto italiano, produce 0,02 microgrammi (milionesimi di grammo ) I-TEQ di diossine.

Se i 9,25 milioni di tonnellate di carta, umido e plastiche che abbiamo immesso in nuovi cicli produttivi fossero stati termovalorizzati, oggi, nel nostro ambiente, avremmo annualmente 0,185 grammi I-TEQ di diossine in più, un aumento del 24,6%.

Insomma, grazie all'attenzione di tanti cittadini che hanno separato con cura i loro scarti, abbiamo un ambiente molto meno inquinato.

Ambiente che potremmo ulteriormente migliorare con il raggiungimento del 65 % di raccolta differenziata, grazie al Porta a Porta e con efficaci politiche di riduzioni alla fonte ( vuoto a rendere, riduzione degli sprechi alimentari, compostaggio domestico...).

Inutile sottolineare che se riesce ad andare in porto il decreto "Sblocca Italia" del governo Renzi, che ci vuole imporre 35 nuovi inceneritori, la raccolta differenziata restera' al palo e la quantità di diossine immesse nell'ambiente, a causa della termovalorizzazione dei nostri scarti, inevitabilmente aumenterà.






mercoledì 3 agosto 2016

La pressione ambientale dell'inceneritore di Sesto Fiorentino

Area d'impatto dell'inceneritore di Sesto Fiorentino
 

Non abbiamo dubbi che il progetto del "termovalorizzatore" che dovrebbe sorgere a Sesto Fiorentino sia il meglio della attuale tecnologia e assolutamente rispettoso dei limiti alle emissioni che gli organi di controllo gli hanno imposto, ma questi requisiti, che ogni nuovo impianto deve per forza avere, sono sufficienti per la sua definitiva "benedizione"?

In altre parole, l'entrata in funzione del termovalorizzatore come modificherà la qualità dell'aria nelle zone interessate alla ricaduta al suolo dei suoi fumi?

L'attuale qualità dell'aria nella piana di Firenze è molto nebulosa: in sostanza, non esistono misure adeguate nella zona dove si prevede che, con maggiore frequenza, potranno depositarsi i fumi del nuovo impianto.

Di qui la provocatoria iniziativa delle Mamme Noinceneritore, di realizzarsi una propria rete di monitoraggio con un finanziamento "popolare".

Ma in attesa di queste o di altre misure, nei cassetti della Regione Toscana esiste un altro strumento utile per programmare gli interventi necessari per il territorio, in modo che tali interventi siano rispettosi dei limiti di legge sulla qualità dell'aria.

Parliamo dell'inventario delle emissioni, uno dei tanti strumenti tecnici previsti dalla normativa europea, recepiti dalla normativa nazionale, per garantire il progressivo miglioramento della qualità dell'aria e quindi della salute di chi quell'aria respira.

L'inventario delle emissioni nei comuni toscani esiste, è scaricabile dalla rete, ma il fatto che sia fermo al 2010 ci fa pensare che non ritenuto uno strumento utile.

Dall' Autorizzazione Integrale Ambientale riconosciuta all'inceneritore della Piana Fiorentina possiamo calcolare la specifica pressione di questo impianto, in base alle tonnellate di inquinanti che emetterà annualmente, valori desumibili dalle rassicurazione del proponente che afferma di poter rispettare quelli che definisce "valori di soglia di attenzione", in sintesi, concentrazioni nettamente più basse di quelle prescritte e garantite.

Questi valori di emissione sono stati utilizzati per stimare la pressione ambientale dell'inceneritore della Piana, riportata nella Tabella che segue.
Solo per l'ossido di Carbonio, in mancanza di stime dei corrispondenti valori di soglia di attenzione da parte del proponente, i calcoli sono stati effettuati in base alle concentrazioni prescritte.

La Figura in apertura di questo post mostra, su base annua, le aree di ricadute delle polveri sottili (PM10) emesse dall'inceneritore, stimate in base ad un adeguato modello diffusionale e alle condizioni meteorologiche di questo territorio.
Anche questo documento è stato tratto dalle relazioni tecniche che hanno accompagnato la richiesta di Autorizzazione Integrale Ambientale e, alla mappa originarie sono stati sovrapposti i confini comunali.

A parte alcune gravi lacune che sono emerse per calcolare queste ricadute, ma che non modificano sostanzialmente l'area di impatto riportata in figura, quello che emerge è che un'ampia superfice della Piana sarà coinvolta dalla ricaduta al suolo degli inquinanti emessi dall'inceneritore.

Le concentrazioni più elevate colpiranno le zone in rosso e in blu, nel comune di Sesto Fiorentino, ma le polveri ricadranno anche sulle aree verdi piuù esterne.

Come si può vedere, la pressione maggiore esercitata dal termovalorizzatore sarà sul comune di Sesto Fiorentino, ma l'inceneritore eserciterà la sua pressione su superfici non trascurabili dei comuni di Campi Bisenzio, Signa, Firenze, Scandicci, Lastra a Signa.

Le aree interessate dalle ricadute delle polveri sono, in linea di massima, le stesse dove si depositeranno gli altri inquinanti emessi dai due camini del termovalorizzatore.

La Tabella che segue mette a confronto la pressione ambientale stimata dalla Regione Toscana per il territorio di Sesto Fiorentino, in base a tutte le fonti emissive attive sul territorio nel 2010 (attività industriali, attività agricole, mobilità urbana ed extraurbana, riscaldamento...) con quella del futuro inceneritore, da noi calcolata in base alle concentrazioni nei fumi definite dal proponente quali "soglie di attenzione", ossia valori inferiori a quelli garantiti, previsti dalla attuale normativa dell'incenerimento di rifiuti urbani.


La Tabella ha preso in considerazione i principali inquinanti emessi annualmente dal termovalorizzatore ed in particolare gli ossidi di azoto (NOx), le polveri sottili (PM10), l'anidride solforosa (SO2) e l'ossido di carbonio (CO) e ha confrontato, su base annuale, i corrispondenti valori con la pressione complessiva esercitata, per ciascun di questi inquinanti, da tutte le fonti emissive presenti nel 2010, sul territorio comunale di Sesto Fiorentino.

Fatta la doverosa precisazione che, formalmente, le emissioni di polveri dell'inceneritore si riferiscono alle polveri totali, ossia a tutto il materiale particellato in uscita dal camino, a prescindere dalle sue dimensioni, si può ragionevolmente ipotizzare, che dopo i previsti trattamenti dei fumi, le polveri in uscita dall'inceneritore siano prevalentemente di piccolo diametro, quindi confrontabili con le PM10 stimate dall'inventario delle emissioni.

L'ultima colonna a destra della Tabella riporta la variazione percentuale di ciascun impatto quando l'inceneritore entrerà in funzione.

Come si può vedere, i rifiuti trattati nel cosidetto "termovalorizzatore" non spariscono, ma ogni anno circa 157 tonnellate di rifiuti tossici in forma gassosa o aeriforme, prodotti dall'incenerimento, nel pieno rispetto delle prescrizioni, saranno immessi in atmosfera, con un significativo aumento della pressione ambientale a carico del comune di Sesto Fiorentino.

La pressione maggiore esercitata dall'inceneritore sarà dovuta agli ossidi di azoto (+ 11,9%) e, in particolare all'anidride solforosa  che quadruplicherà (+ 418%) l'attuale pressione di questo inquinante.

Questo significativo aumento ha altre conseguenze degne di attenzione: è ben noto che l'immissione nell'ambiente di ossidi di azoto e di anidride solforosa provoca la sicura formazione di polveri sottili secondarie, destinate ad aumentare significativamente  (+ 30 - 40% ) l'impatto complessivo  dell'inceneritore per questa classe d'inquinanti.

Ci sembra lecito chiedersi come, di fronte a questi numeri, sia stato possibile autorizzare questo impianto, il cui esercizio sicuramente peggiorerà l'attuale qualità dell'aria, in palese contrasto con gli obiettivi delle normative europee e nazionali che prevedono, invece, un costante miglioramento di questa vitale risorsa.

Il progressivo miglioramento della qualità dell'aria è una costante di molti paesi paesi europei, ottenuto proprio grazie alle Direttive Europeee in materia.

Anche Sesto Fiorentino ne ha goduto, in quanto dai precedenti inventari (1995, 2005) si evidenzia una importante riduzione dei principali inquinanti prodotti dal traffico (ossido di carbonio) e dalle attività industriali (anidride solforosa).
A titolo di esempio nel 1995, a Sesto Fiorentino, l'impatto annuale di CO era di 5.170 tonnellate e quello di SO2 di 96,5 tonnellate.

Con l'entrata in funzione dell'inceneritore questa positiva tendenza al miglioramente cesserà e, per tutti gli inquinanti esaminati,  la qualità dell'aria di Sesto e degli altri comuni coinvolti sicuramente peggiorerà.

Infine ci sembra doveroso chiederci se la Valutazione di Impatto Ambientale sia stata effettuata in modo corretto valutando, come previsto, le possibile alternative.

In questo caso, scelte diverse (riduzione alla fonte, raccolta differenziata porta a porta, riciclo e recupero, compostaggio della frazione organica, trattamento a freddo della frazione indifferenziata residuale e ulteriore recupero della materia) potrebbero sicuramente risolvere il problema degli scarti urbani della Toscana con impatti ambientali decisamente più contenuti della loro  termovalorizzazione nella Piana di Firenze.


 

 



lunedì 1 agosto 2016

Tremiti a rifiuti zero

Le isole Tremiti
Sono appena rientrato da una piacevole vacanza alla scoperta delle Tremiti, ospite del villaggio del Touring Club, uno dei  principali centri turistici delle isole che, in confortevoli capanni distribuiti in un bosco di pini di Aleppo, ospita circa 500 persone, dalla fine di maggio alla fine di settembre.

Cala degli inglesi

Durante il periodo estivo, i soli frequentatori del villaggio Touring Club raddoppiano la popolazione stanziale (455 abitanti) delle due isole abitate: San Domino e San Nicola.

E questo crea non pochi problemi, quali l'approvviggionamento d'acqua che avviene tramite l'arrivo giornaliero di una nave cisterna e la gestione dei rifiuti che, caricati su apposite navi, sono trasportati fino al vicino porto di Termoli e di qui avviati allo smaltimento.

Come i miei lettori possono immaginare la mia vocazione di rifiutologo, anche in vacanza  non poteva rinunciare all'idea di indagare su come fosse possibile trovare soluzioni più razionali a questo problema, in particolare agli inevitabili scarti della mensa del villaggio.

I capanni del Villaggio Touring
E così, alla fine di una cena, ho incontrato il Direttore del villaggio e con lui ho fatto due chiacchiere per verificare se il Touring Club, tra le tante sue iniziative a favore del turismo, potesse farsi promotore di un progetto per trasformare i suoi tre villaggi turistici (Tremiti, Maddalena e Marina di Camerota) in altrettanti centri di eccellenza a basso impatto rifiuti.

L'idea potrebbe essere questa: il villaggio, nel corso dei circa 4 mesi di apertura, per la preparazione dei pasti e gli avanzi di cibo  produce circa 30 tonnellate di scarti organici.

Questi scarti, invece di trovare sul continente un costoso e nebuloso smaltimento, potrebbero essere trattati sull'isola, in un impianto di compostaggio di comunità, gestiti insieme da Touring Club e Comune, di capacità idonea alla produzione estiva di organico del villaggio e dei vicini ristoranti ed alberghi.

L'impianto potrebbe anche ricevere gli scarti verdi di giardini, orti e del bosco di pini e il compost prodotto non dovrebbe avere problemi ad essere utilizzato nei tanto orti e vigneti presenti sull'isola.

Nei mesi invernali, lo stesso impianto, a carico ridotto, potrebbe coprire le esigenze di trattamento degli scarti della popolazione residente.

Ovviamente bisogna fare uno studio più preciso per individure il  modello di gestione ed il corretto dimensionamento dell'impianto che potrebbe anche essere modulare, per dare una corretta e completa risposta alle diverse produzioni stagional, ma evidente che il modello, una volta messo a punto, potrebbe essere un qualificato riferimento per tutte le altre isole minori del nostro Paese.

Si può fare.




mercoledì 20 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: il traffico inquina di più

Mettiamo noi le centraline!
E' ormai un classico.

Ogni volta che si vuole imporre un inceneritore, c'è il personaggio di turno che racconta che "non c'è da preoccuparsi, l'inceneritore inquina meno di qualche macchina".

Nel tempo, a sostenere questa schiocchezza, si sono succeduti il presidente Berlusconi, il sindaco di Genova Pericu, il presidente Commissione Ambiente Realacci...

Oggi, per far digerire l'impianto che dovrebbe trattare  198.000 tonnellate  l'anno, nella Piana di Firenze, a pronunciare questa schiocchezza, almeno da quanto riportato sui giornali, sono la prof.ssa Loredana Musumeci, direttore del dipartimento Ambiente dell'Istituto Superiore di Sanità- "Impianti come questo inquinano meno del traffico"- e la società Quadrifoglio che gestisce i rifiuti fiorentini -"Quando siamo fermi ai semafori ne respiriamo molta di più"- con riferimento alle diossine.

E evidente che tutti questi personaggi non si sono letti i numerosi documenti su questo tema che ho pubblicato in rete fin dal lontano 2004 ma, evidentemente, non si sono neanche presi la briga di verificare quante diossine emette l'attuale parco veicolare italiano, consultabile nel sito SINANET di Ispra Ambiente.

Nel 2014, in media, per ogni chilometro percorso lungo il nostro Paese, una  vettura a benzina  ha emesso 0,00467 nanogrammi di diossine; più inquinanti le solite vetture diesel: 0,01690 nanogrammi di diossine per chilometro.

Le statistiche fiorentine ci dicono che il 90% delle vetture immatricolate in questa città percorre meno di 60 chilometri al giorno.

Pertanto una autovettura diesel che, girando per Firenze e dintorni, percorre 50 chilometri, rilascia lungo le strade percorse  0,845 nanogrammi di "diossine".

L'inceneritore della Piana Fiorentina, al meglio delle sue prestazioni (concentrazione di diossine nei fumi a metà del valore autorizzato) emetterà giornalmente sulla Piana, 204.000 nanogrammi di diossine.

Pertanto l'emissione giornaliera di diossine dell'inceneritore corrisponde alle emissioni giornaliere di diossine da parte di 241.420 autovetture diesel in giro per la stessa Piana.

Per capire cosa significano questi numeri e quanto sia stupido confrontare l'inquinamento prodotto dal traffico con quello di un inceneritore è il caso di ricordare che nel 2009 tutte le autovetture circolanti a Firenze (diesel e a benzina) erano 205.543.

Quindi, se mai l'inceneritore nella Piana  si farà, i fiorentini oltre all'inquinamento da traffico subiranno anche l'inquinamento di questo impianto assolutamente evitabile.

Non mi sembrano scelte lungimiranti.
 


domenica 17 luglio 2016

Vecchio stupidario per nuovi inceneritori: i caminetti


Un ennesimo inceneritore, destinato a trasformare in cenere 198.000 tonnellate di scarti prodotti dai toscani, dovrebbe essere realizzato nella Piana fiorentina, nel territorio del comune di Sesto fiorentino, in località Case Passerini, a pochi chilometri dalla cupola del Brunelleschi a Firenze.

E poichè l'appetito vien mangiando, l'amministrazione toscana, Regione in testa, in quella stessa piana vorrebbe realizzare anche  un aeroporto internazionale, per portare direttamente dalla Cina nuove masse di turisti e allungare le fila in attesa di entrare nei pochi luoghi di Firenze dove le agenzie di viaggio dirigono il turismo di massa.

L'uso del condizionale è d'obbligo, in quanto questi progetti sono fortemente osteggiati dagli abitanti, in particolare le "Mamme No inceneritore" e 272 medici che hanno firmato un documento contrario alla realizzazione dell'impianto per i rischi sanitari connessi al suo funzionamento.

Per tutta risposta, sulla stampa locale, in particolare il Corriere Fiorentino, sono comparse numerose prese di posizioni a favore dell'impianto, che hanno rispolverato una raccolta di stupidaggini che dovrebbero rassicurare la popolazione.

In questa operazione di "tranquillizzazione" si è distinto  Sergio Gatteschi che come presidente degli Amici della Terra della Toscana ha affermato che "le emissioni del termovalorizzatore equivalgono a 10 caminetti a legna" e, nelle vesti di responsabile per l'ambiente PD,  con una più rassicurante  stima al ribasso, ha ribadito "che l'impianto di Case Passerini avrà un inquinamento pari a cinque camini accessi".

L'ipotesi che i caminetti a legna possano essere la principale fonte di inquinamento della Piana viene attribuita agli studi del professor Roberto Udisti, docente di Chimica all'ateneo di Firenze, il quale in questa dichiarazione segnala, correttamente, il problema emergente della combustione di biomasse quale fonte importante delle polveri sottili che si registrano d'inverno nella piana di Firenze.

Non abbiamo trovato pubblicazione del professore Udisti in cui abbia messo a confronto le emissioni degli attuali caminetti con quelli del futuro inceneritore ma nel frattempo, in base a fonti qualificate, proviamo a vedere come potrebbero stare veramente le cose nella Piana di Firenze, con riferimento agli inquinanti più problematici: le "diossine",  a causa della loro elevata stabilità chimica, dell'accertato accumulo lungo la catena alimentare e del loro effetto cancerogeno e di alterazione dei sistemi endocrini.

Partiamo dalle caratteristiche tecniche dell'inceneritore che si vuole realizzare nella Piana.

L'impianto prevede due linee di combustione separate che funzioneranno contemporaneante e i cui fumi, dopo depurazione, saranno convogliati in due camini alti 70 metri.

Durante 24 ore di funzionamento continuo, dai due camini usciranno 4.080.000 metri cubi di fumi in cui saranno presenti gli inquinanti sfuggiti alla depurazione, alle concentrazioni previste dalle autorizzazioni.

Per quanto riguarda i composti più problematici (diossine, furani e poli-cloro-difenili diossini simili) le concentrazioni all'uscita dei camini, in base ai limiti prescritti,  saranno di 0,1 nanogrammo per metro cubo che, moltiplicati per i 4.080.000 di metri cubi di fumi emmessi in 24 ore, corrispondono ad una emissione giornaliera di 408.000 nanogrammi di "diossine".

Come è stato giustamente affermato alla stampa fiorentina, un nanogrammo è la miliardesima parte del grammo, ma se in ogni metro cubo di fumi in uscita da questo moderno inceneritore  (è stato definito di "quarta generazione") si trovano 0,1 nanogrammi di diossine, questo fatto non è sinonimo di salubrità.

Purtroppo le "diossine" hanno una elevata tossicità e per un adulto di 70 chili, gli esperti della  Commissione Europea hanno individuato in 0,140 nanogrammi, la dose massima tollerabile di diossine a cui, giornalmente, un adulto di quel peso può essere esposto attraverso cibo, acqua, aria contaminata.

Pertanto l'inceneritore della Piana di Firenze, nel pieno rispetto dei limiti prescritti e in base alle migliori tecnologie oggi esistenti, ogni giorno emetterà in atmosfera e di qui al terreno e ai cibi coltivati su questi terreni, 408.000 nanogrammi di "diossine", equivalente alla dose tollerabile giornaliera di 2,9 milioni di abitanti.

Se, come è stato affermato, le emissioni "garantite" fossero la metà di quella prescritta, avremo sempre una emissione in grado di coprire la dose massima giornaliera di 1,45 milioni di abitanti.

Ovviamente non tutte le diossine emesse dall'inceneritore andranno a finire nei piatti degli abitanti di Sesto e di Firenze, ma ignorare la possibilità che 198.000 tonnellate di scarti urbani potrebbero essere recuperati come materia con trattamenti a "freddo" che, intrinsecamente, non hanno questo "piccolo" problema, meriterebbe una seria riflessione e un altrettanto serio ripensamento del modello di gestione degli scarti prodotti da chi vive in Toscana.

Se questo potrebbe essere lo scenario "diossine" con la messa in funzione dell'inceneritore, come è la situazione ambientale della piana fiorentina a causa dell'amore dei toscani per i loro vecchi caminetti a legna?

In attesa di specifiche misure e valutazioni in ambiente toscano, utilizziamo i risultati di uno studio pubblicato nel 2003 nella rivista "Environmental Science and Technology"che ha stimato i fattori di emissione di diossine e altri composti organici persistenti prodotti da caminetti e stufe a legna, in uso nella baia di San Francisco.

Lo studio ha accertato che la combustione di un chilogrammo di legna, con i fumi in uscita dal camino, emette in atmosfera da 0,25 a 1,4 nanogrammi di "diossine", a seconda del modello di caminetto e stufa usato.

Nell' ipotesi di un consumo giornaliero di 50 chili di legna (stima alta, per le condizioni climatiche fiorentine) e considerando il peggiore fattore di emissione dei caminetti (1,4 ng/kg), un singolo caminetto a legna emette giornalmente 70 nanogrammi di "diossine", da confrontare con i 408.000 nanogrammi emessi, nelle stesse 24 ore, dall'inceneritore.

Pertanto nel periodo invernale le emissioni giornaliere dell'inceneritore equivaranno (nella peggiore delle ipotesi emissive per quanto riguarda i caminetti)  a  5.428 caminetti  (408.000 ng / 70 ng).

Come si vede, con tutte le approssimazioni di questa stima, siamo ben lontani  dai rassicuranti 10 caminetti previsti dagli Amici della Terra.

Ma mentre i caminetti a Firenze devono essere tenuti accesi per soli 169 giorni (dal 1 novembre al 15 aprile), l'inceneritore della Piana di Firenze brucerà rifiuti ininterrottamente per 330 giorni all'anno.

Pertanto se il confronto si effettua più correttamente su base annuale, l'inceneritore, in 330 giorni di funzionamento,  emetterà 134.640.000 ng  di diossine, mentre un caminetto, nei 169 giorni di riscaldamento, produrrà 11.830 ng di diossine.

In conclusione, su base annua e confrontando il peggiore caminetto a legna con il migliore impianto di incenerimento rifiuti ci vogliono 11.381 caminetti per produrre la stessa quantità di diossine.

Se poi, in modo più corretto, si confrontano le emissioni di un moderno inceneritore della quarta generazione con una moderna stufa a legna (0,25 ng diossine /kg legno), nella Piana dovrebbero essere in funzione 63.733 caldaie a legna, per emettere la stessa quantità di diossine emessa dall'inceneritore.









sabato 30 aprile 2016

Il lungo filo nero del petrolio di Genova


La sera del 17 aprile, con le urne del referendum sulle trivelle ancora aperte, la rottura di un oleodotto che attraversa i quartieri a ponente di Genova, ha riversato nei vicini torrenti 700 tonnellate di greggio.

Il forte odore di petrolio dopo la rottura dell’oleodotto, i disturbi di chi era costretto a respirare idrocarburi, la morte biologica del rio Fegino e della foce del Polcevera, il petrolio in mare, sono la punta dell’iceberg dell’impatto ambientale, degli extra costi, dell’era del petrolio che si avvia alla sua inevitabile fine.


Dalla Nigeria il greggio è arrivato al “porto petroli” di Multedo, un porto in mezzo alle case, i cui abitanti, da decenni, sono costretti a respirare idrocarburi in quantità maggiore dei loro concittadini, con possibili danni alla salute.

Il filo nero, lungo l’oleodotto saltato, arriva a Busalla con una raffineria, racchiusa tra l’autostrada e le case.

Il filo nero, sotto forma di 800.000 tonnellate all’anno di diesel a basso tenore di zolfo, da Busalla si disperde fino al milione di autovetture alimentate con questo combustibile.
E dai loro tubi di scappamento, il filo nero raggiunge l’aria del nostro Pianeta, in cui sono scaricate tonnellate di polveri ultrafini e ossidi di azoto, responsabili, per la loro quota, delle 84.000 morti premature registrate nel 2012 in Italia e attribuite all’inquinamento atmosferico.
Ma la combustione del gasolio produce anche anidride carbonica, 150 chili per ogni pieno, che aumentano la concentrazione di questo gas nell’atmosfera del nostro pianeta e ne modificano il clima.

E i nubifragi e le alluvioni che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni hanno a che fare con questo drastico cambiamento, con la concentrazione di CO2 passata, in 150 anni,  da 270 a 400 parti per milione.

La conferenza di Parigi sul clima, ha ratificato la fine dell’era dei fossili: per evitare un aumento disastroso della temperatura media del Pianeta, oltre il 50 % di petrolio e gas non ancora sfruttato deve rimanere sotto terra.

Il premier Renzi era a Parigi, ma nel momento decisivo deve essersi distratto, in quanto, con il decreto Sblocca Italia, aveva fatto diventare la trivellazione del paese, a caccia dell’ultimo gas e petrolio, una scelta strategica d’interesse nazionale, i cui inevitabili extra-costi ci toccherà pagare negli anni a venire, compreso il tempo perso per realizzare l'inevitabile cambiamento verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

sabato 9 aprile 2016

L'Ecoistituto RE-GE il 17 aprile vota SI


Il comitato scientifico dell'Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova invita a votare SI al Referendum del 17 aprile 


Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati a dare il proprio parere sul decreto "Sblocca Italia" che incentiva la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio sul territorio nazionale.

Il governo, nel Decreto 133 del 1279/2014, ha ufficialmente riconosciuto le trivellazioni come "attività di interesse strategico e di pubblica utilità urgente ed indifferibile" e in questo modo ha scavalcato le competenze in materia delle Regioni.

Per questo motivo, nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise) hanno chiesto l'abrogazione di sei articoli del decreto; solo un articolo è stato ritenuto ammissibile.

In particolare, si tratta dell'abrogazione del comma 17, terzo periodo, dell'articolo 6 del dlgs n. 152 del 2006, limitatamente alle parole: "Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale".

L'abrogazione di questo comma bloccherebbe l'attività estrattiva delle piattaforme attualmente operative entro le 12 miglia dalla costa, una volta che sia stata raggiunta la durata delle attuali concessioni.

E' evidente il limite di questo quesito referendario, comune ai referendum che possono solo abrogare una norma già approvata dal Parlamento.

L'ECO istituto RE-GE, insieme ad altri soggetti contrari a nuove trivellazioni, ritiene che la partecipazione al voto referendario, con il superamento del quorum ( 50% degli aventi diritto+uno) ed una netta affermazione del SI, avrebbe un importante valore politico, di chiara contrarietà del "popolo sovrano" alle scelte energetiche del governo Renzi, il cui interesse è tutt'altro che strategico e niente affatto di pubblica utilità, come le dimissioni del ministro Guidi hanno chiaramente evidenziato.

L'ECOistituto RE-GE ritiene che il maggior pericolo del decreto a favore di nuove trivellazioni sia quello di far perdere al Paese altri anni preziosi per attuare il drastico cambiamento dell'attuale modello di crescita dei consumi, cambiamento richiesto dall'esaurimento di risorse non rinnovabili e dagli incombenti cambiamenti climatici.

L' informazioni che manca agli Italiani è che le riserve nazionali di gas e petrolio sono scarse e niente affatto strategiche.

I nostri giacimenti di gas, a partire dal 1994 hanno superato il picco della massima produzione e si stanno avviando all'esaurimento.




Inoltre, in base a stime ufficiali sulle riserve nazionali accertate, probabili e possibili, tutto il gas e petrolio recuperabile a fini energetici che potrebbe essere presente nel territorio nazionale coprirebbe a malapena due anni di consumi nazionali.


La quantità complessivamente recuperabile di gas e petrolio dai giacimenti italiani, confrontati con i rispettivi consumi nazionali del 2014


Dopo una decina di anni di sfruttamento di questi giacimenti avremo definitivamente "raschiato il fondo barile" con il sicuro effetto negativo della perdita definitiva dei posti di lavoro legati alla estrazione e alla raffinazione.

Un sicuro effetto negativo del decrteto "Sblocca Italia" è quello prodotto da una significativa emissione in atmosfera di gas clima alteranti, sia durante la fase di estrazione che di consumo, con un maggior contributo alle emissioni di gas serra,  pari a 9,2 milioni di tonnellate all'anno.

L'aumento del numero di pozzi in funzione e la durata del loro sfruttamento, altrettanto inevitabilmente, aumenterà la probabilità di incidenti con emissioni di greggio e gas nell'ambiente.

Le scelte veramente strategiche per il paese, quelle che l'ECOistituto RE-GE appoggia e che la vittoria del SI renderebbe possibile sono:
- incentivazione dell'efficenza energetica degli edifici pubblici e privati
- disincentivazione al trasporto di persone e merci su gomma e con motori a combustione interna
- rilancio del trasporto pubblico prevalentemente su ferro (tram, treno)
- una energica politica a favore delle fonti rinnovabili a partire dal biometano da immettere in rete, prodotto con trattamenti biologici degli scarti biodegradabili che stime ENEA valutano pari al 50% dell'attuale produzione nazionale di gas fossile.
- una nuova economia basata sul riciclo dei materiali correttamente differenziati, una volta arrivati al termine del loro ciclo di utilizzo.
- un piano nazionale per ampliare l'installazione di impianti fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici e privati, la loro interconnessione e la possibilità di scambio di elettricità tra gli autoproduttori e gli utenti.

Tutte queste scelte permetterebbero di avviarci verso l' ineludibile scelta di abbandono delle fonti fossili e avvio di una nuova era, basata sulle diverse forme di energia rinnovabile che il Sole ci garantirà nei millenni a venire.

Sullo stesso argomento: